Penso allo sciopero della Piaggio del ’62, alle lotte per i diritti di ieri e di oggi, a uno sciopero mondiale contro le oligarchie finanziarie…

Stampa Stampa

Conosco bene la vicenda dello sciopero dei lavoratori della Piaggio del ’62. Il mio maestro politico, Renzo Remorini, me ne ha parlato tante volte. Per questo sarò a Pontedera, all’inaugurazione di “Tempi di lavoro: gli uomini che fabbricarono la Vespa”, la mostra sulla Piaggio, organizzata dal Pd e da l’Unità, che ricostruisce approfonditamente quella storica lotta sindacale. Due mesi e mezzo di sciopero, la Piaggio che chiude lo spaccio e mette alla fame le famiglie, la solidarietà di contadini e commercianti che si uniscono ai lavoratori e consentono la lotta. In testa ai cortei lo striscione “Resisteremo un minuto più della Piaggio”. Chiedevano 14mila lire in più al mese, ma soprattutto dignità e diritti. Rientrarono in fabbrica dopo un’assemblea al cinema Aurora che si concluse al canto dell’Internazionale.

Una delle immagini in mostra, il grande corteo dei lavoratori Piaggio del '62

 

Non c’era l’articolo 18 e 60 operai, soprattutto comunisti e socialisti, furono licenziati dalla Piaggio per vendetta e discriminazione politica. Il risultato ottenuto fu assai parziale dal punto di vista economico, ma assai significativo da quello politico. I lavoratori acquisirono la consapevolezza della loro forza e molto storici attribuiscono a quello sciopero un vero e proprio inizio delle lotte che in Italia segnarono la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, con la conquista dello Statuto dei lavoratori, della sanità pubblica e gratuita e dello stato sociale. Molti dei 60 lavoratori licenziati trovarono con fatica lavoro in altre imprese, altri si misero in proprio e diventarono affermati artigiani e piccoli imprenditori, altri ancora, come Renzo Remorini, divennero dirigenti del Pci e bravi e onesti amministratori.

In tanti, negli ultimi decenni, ci hanno voluto convincere che la classe operaia era finita, che il lavoro in fabbrica era solo un ricordo nella società globalizzata e del capitalismo finanziario nella sua versione liberista e blairiana. Oggi scopriamo che il mondo intero è diventato una fabbrica globale e che, a guardar bene, ci sono più di 2 miliardi di lavoratori dipendenti tra Cina, India, Indonesia e Brasile. E che gli operai continuano ad esistere anche nel mondo occidentale, anche se, quando non montano sulle gru, sembrano spariti dalla scena.

Non si scandalizzi nessuno, ma verrebbe da sognare un grande sciopero mondiale contro le oligarchie finanziarie che dominano il mondo e impongono le loro speculazioni contro il lavoro, l’impresa, i beni comuni: ambiente, salute, istruzione. Forse il risultato immediato non sarebbe, così come fu per la Piaggio, esaltante, ma potrebbe dare ai lavoratori di tutto il mondo la coscienza della loro forza e aprire una stagione nuova di lotte per la redistribuzione della ricchezza e la conquista di nuovi diritti, per l’affermazione della dignità delle persone e in definitiva di un rinnovato umanesimo nel nuovo Millennio. Io penso che un giorno accadrà…

 

Commenta su Facebook

Instagram