Un impegno immediato per la Regione: acquisire il punto di vista delle donne nella impostazione e nella verifica delle nostre politiche

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Per la prima volta nel nostro Paese è entrata in vigore una norma obbligatoria per assicurare una reale parità di genere.

Dopo il voto bipartisan dell’anno scorso e l’approvazione da parte del governo del regolamento la legge 120, che impone la “quota rosa” di almeno il 33% nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in borsa e in quelle controllate della Pubblica amministrazione, diventa operativa.

Al di là del dibattito sulle “quote rosa”, penso che questo rappresenti un passaggio importante, forse tra quelli decisivi nel percorso che ci viene dettato dalla nostra Costituzione, ancor prima che da una enorme (ma disattesa) proliferazione di leggi, direttive, carte e raccomandazioni a livello internazionale.

In Europa altre nazioni (la Norvegia in primo luogo) ci hanno preceduti su questo terreno, che vede l’Italia in grande arretratezza.

Se guardiamo alla classifica specifica, quella sulla presenza femminile nelle stanze dei bottoni delle grandi aziende, ci ritroviamo in compagnia del Portogallo, al posto di fanalino di coda con il 7%.

Per le nomine pubbliche la presenza complessiva delle donne si attesta sul 13% dei rappresentanti dello stato centrale e delle autonomie locali in consorzi e società, ma scende precipitosamente al 4% nelle società partecipate.

Ragionando in termini di pura convenienza, questa scelta potrebbe comportare un contributo non indifferente allo sviluppo. Più di una indagine ci spiega che la presenza di donne nei posti decisionali fa aumentare competitività e profitti fino a raddoppiarli.

Perché rinunciare all’eccellenza che le donne sanno esprimere, alla valorizzazione dei loro talenti sempre più coltivati da alti livelli di istruzione e formazione, alle loro capacità di governare e amministrare la complessità?

Ci vorranno almeno 10 anni per cambiare la mentalità, dicono gli esperti, e avvicinarsi a una rappresentanza “normale”, a una “democrazia paritaria” che per essere vera deve diffondersi anche nell’economia e nella politica. In entrambi i settori siamo ben lontani dall’obiettivo.

Il tasso di attività delle donne è in Italia il peggiore d’Europa.

Eppure si calcola che se il tasso di occupazione delle donne diventasse in Italia uguale a quello maschile il Pil crescerebbe del 18%, cioè quasi 300 miliardi!

Ancora più complessivamente il Global Gender Gap Report del 2010, la classifica del World economic forum sulla condizione femminile nel mondo, relega l’Italia al 74esimo posto su 134 paesi, ultima in Europa.

Per la rappresentanza politica siamo al 54esimo posto su 188 paesi, secondo l’Inter Parliamentary Union del 2010.

Per questo sono d’accordo, e la sosterrò, con la proposta di inserire nella nuova legge elettorale di cui si discute una norma antidiscriminatoria.

Per stare solo alla nostra Toscana è vero che il 28% delle posizioni di vertice nelle imprese è occupato da donne (oltre la media delle Regioni italiane) ma il tasso di disoccupazione femminile aumenta costantemente, le donne sono sempre più precarie e malpagate (il 31% in meno degli uomini). Le donne impegnate nel governo locale (elezioni 2009) sono circa il 25%, ben superiore alle media nazionale del 18%.

La Regione ha accentuato in questi ultimi anni gli investimenti a sostegno dell’occupazione e dell’imprenditoria femminile.

Abbiamo finanziato i servizi (come le classi di scuola materna) che permettono alle donne di conservare una attività lavorativa anche nel periodo di cura dei figli piccoli. Sotto il profilo politico e amministrativo abbiamo dato l’esempio con la presenza femminile in giunta e nelle direzioni generali. Nel primo semestre 2012 le nomine e le designazioni sono state per il 34% di donne.

Tuttavia non posso dirmi soddisfatto. C’è molto fa fare, non solo per andare avanti, ma anche per non arretrare ulteriormente.

Propongo due direzioni di marcia al nostro impegno nel prossimo futuro.

Da una parte far compiere un salto di qualità alla presenza delle donne nelle sedi in cui si assumono decisioni rilevanti.

Secondo: trovare le forme per acquisire il punto di vista femminile nella fase di impostazione e di verifica delle politiche pubbliche.

Bisognerà mettere sotto la lente la legislazione regionale sulle nomine, che c’è ma prevede deroghe; monitorare e far monitorare la situazione anche gli enti di secondo grado (Fidi, Arpat, Asl…) e partecipati, invitando gli enti locali a fare lo stesso; costruire un gruppo di dipendenti donne della Regione per la valutazione dei provvedimenti e del bilancio nell’ottica di genere.

Non avremo che da guadagnarci tutti, ne sono certo.

Il Global Gender Gap Report è un rapporto internazionale sul divario di genere pubblicato per la prima volta nel 2006 dal World Economic Forum. Il Rapporto 2010 riguarda 134 grandi economie emergenti.

 

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